venerdì 4 settembre 2015

I miei nuovi libri

eccovi un'anteprima dei miei nuovi libri






 Loris  si fermò un attimo, sospirò e si concentrò su quello che doveva fare. Faceva freddo e la nebbia incominciava a calare. Teneva la mano destra sul collo di una bottiglia di spumante Müller infilata nell’ampia tasca del cappotto mentre guardava  avanti in quella via di case per lo più di ringhiera. L’unica figura presente  un nero ubriaco che  frettolosamente si allontanava. Tutti i negozi erano ormai chiusi nella traversa Giovanni Paisiello della metropoli milanese. L’Expo 2015 era ancora lontana circa cinquecento giorni. Era il due gennaio, quasi nessuno in giro, neanche un cane, ed a terra ancora i residui dei botti di due sere prima. Con la sinistra infilò le dita nella tasca dei pantaloni  e ne estrasse un cellulare attendendo uno squillo di via libera che subito arrivò. Sentì lo scatto della chiusura elettrica del portone del civico quattro  che si aprì. Entrò e si mise a correre silenziosamente sulle scale fino all’ultimo piano fermandosi sul pianerottolo davanti alla porta verde scuro. Per un momento impercettibile, i suoi occhi corsero verso le finestre opposte e poco illuminate; c’era tensione nel suo sguardo, nessuna presenza all’esterno, a quell’ora nessuna risonanza in quella bolla di convivenza frequentata dove la cooperazione, in qualche forma, tra alti e bassi, era predominante.

Gli abitanti del vicinato non si scelgono, si convive con quelli che capitano. Dietro il verde di quella porta, un vociare sussurrato appena  tra un uomo ed una donna che si accusavano a vicenda con pesanti insinuazioni e affermazioni, vociare che diventava più forte formando un rumore sordo e confuso di voci concitate ch’era la prova dell’impazienza con la quale la discussione si stava svolgendo. D’un tratto l’uomo: «tu mi hai mentito, mi hai mentito, basta sparisci!» Ora Loris doveva entrare, non poteva permettersi che la situazione degenerasse oltre e fuori da ogni suo controllo. Gli ordini erano stati chiari. Incollò la destra al collo della bottiglia e dette una violenta spallata alla porta  trovandosi  davanti  le spalle dell’uomo  che stava cercando di trascinare fuori la donna. Fu un attimo, lo colpì deciso sulla nuca con la bottiglia di spumante che dopo lasciò andare a rotolare a terra.

Mauro aveva vagato tutto il giorno senza racimolare nulla, era un pezzo che non cercava più lavoro all’Ortomercato, troppo caldo e si sentiva debole; ora solo il forte bisogno di alcol lo teneva sveglio. Si lasciò andare sulla panchina caldissima, quasi ci cadde sopra  immerso nel solito pensiero....

 


                                
Ci sono fatti, comportamenti che ti colpiscono e ti portano a interrogarti su una realtà spesso in contrasto con i valori in cui credi. Ci sono occasioni in cui senti il bisogno di confidare i pensieri alla carta sempre comprensiva, sensibile, autenticamente disponibile.

La magia dei ricordi che si affollano e si sovrappongono alle nitide immagini del presente,  genera musica in colonna sonora lungo il filo di parole e d’impressioni che rivivono la fanciullezza trascorsa tra le secolari ed immutate pietre fuscaldesi, ancor fuse nelle ricordanze di immagini e di cose, mentre duole non poter far nulla per costruire un futuro ridando antiche glorie al paesello.

 FUSCALDO : tutto l’amore di un piccolo paese del sud

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A Fuscaldo, tutto l'amore dell'uomo (ma soprattutto della donna) verso i propri simili,  lo apprendi  già da bambino  giocando nelle vie del proprio quartiere o altro, come apprendevo  ad esempio nei  pomeriggi estivi degli  anni '50  giocando a :  " liberi 'ndri vineddre " talmente strette da passarci solo  nu ciuccio con due sarmi " ( regola antichissima del piano regolatore medioevale )  , dove sentivo  le "vive" colloquiare con i morti, o anche le loro imprecazioni (ed è già bene chiamarle  così ) contro tutti,  anche contro i bambini che giocavano.
 Faceva molto caldo nei mesi di luglio e agosto negli anni '50. In casa non c'erano frigoriferi e spesso,  quando le sorelle più grandi dovevano lavare le stoviglie e pulire la stanza da pranzo dopo  il pranzo, nei meriggi estivi noi bambini eravamo  con nostra gioia " cacciati fora "in quel mondo tutto da scoprire:   i vineddri, l ' Ortu di Ballerfino, u Bagnu 'ndra  cibbia, i capanni di l'indiani, i chianguli, i trumbi i cipuddra ( ora vuzuela), u Carru cchi timpagni ecc.
E quando la calura ti raspava la gola, andavi da "Donna Pituzza" che il frigorifero ce l'aveva, chiedendo un po’ di ghiaccio che puntualmente con generosità e gentilezza veniva dato anche se avevamo disturbato il riposino pomeridiano.  
Un amico  ha ricordato su Forborn.it  "Decu", Personaggio a me caro, perché da  adolescente  lo vedevo  spesso nella camera dei messi in municipio perché, povero e decorato, veniva a chiedere l'elemosina agli  amministratori che uscivano dalla  riunione di giunta. Diversi bambini lo sfottevano, era prassi incosciente e quindi  inconsapevole per quella età. Decu  però  non era il solo, ce n'era un altro che veniva apostrofato dai discoli  con: "We, 'cchi jurnu è dumani?"  La risposta era  quasi sempre uguale: "Luni, dumani è luni,  . afissimammita, afissimammita "  Non voglio scrivere adesso di altri personaggi che hanno in qualche modo  involontariamente influito nel mare di ricordi dell'infanzia mia e di coetanei, vi assicuro che  ci  sarebbe da raccontare moltissimo, lo farò un'altra volta a partire da "Maria a cioriva".
Mi interessa ora  ritornare al tema del titolo di questo scritto che riguarda soprattutto il modo di relazionarsi con gli altri di questi miei paesani nei momenti d'ira, di rabbia, di voglia di spaccare tutto.  Si dice: « a gastima coglia a chini a manda ». Sarà vero? Ma questo è un altro discorso. Quello che voglio far notare adesso è invece il grado di cattiveria che costituisce il DNA di talune gastime apprese in quel di Fuscaldo.

Ed ecco un elenco di frasi che da piccolo, nel vagagiocare con altri nelle vineddre , sentivo dire da donne fuscaldesi  (rarissimo dagli uomini -  a voi la misura del grado di cattiveria intrinseca):
«Ti vo piglià nu cangaru»
«Vo jittà sangu ammenna»
«Ti vo piglià nu zurtu»
«Ti vonu purtà ndra na sporta»
«Ca vo Jiri e nun ti vò ricogli chiù ammenna ! »
«Ca ti vonu mangiari i cani»
«Vo essi ca 'cci rimani»
«Ti vonu raga 'ppi capiddri»
«Ti vonu cogli 'ndoppi' ndoppi»
«ti vonu scurcià cumi nu porcu»
«Ca ccì vo rimani ammenna !»
«Ti vò bini na disgrazia tinda e nivura»
«Ca cci vo sc-cattari»
«Ca ti vo binì n'attaccu»
«Un 'bbo pruvà mai ricettu»
«Ti vonu fa l'occhi cumi reglia»
«'Ndi vo ì ndirrupatu»
«Ti vo sucà nu lampu»
«Ti vo binì na mala nova»
«Ti vo piglia nu murmuru»
«Ti vonu teniri supu u candaru»
«Ti vo ghesci l'arma»
«Ti vonu purtari a via i vasciu ammenna ! »
«Ti vo 'bbini na tripizia»
«'Ndi vo jì annicalatu»
«Ti vo siccà a lingua»
«Ca vo ji sutta a na trebbia»
«Ti vo binì nu scuru cumi a  menzanotti »
«Ca ti vonu sciumbrà i morti»
« Ca vo rimani supa a nu candaru»
«Vo piscia sangu »
«Ti vo binì na botta i cacasangu»
« Ti vo binì na botta di tupareddru»
Tivo binì na botta di sdirrinatu»
« Vo divintà cumi a Cistonia ammenna!»
« Ca ti vonu fa aru Sali !»

Sono 36 ma ne esistono tantissime altre che non ricordo bene.
Quello che mi colpisce di più è che spesso la bestemmia / offesa diventa ancor più cattiva perché non coinvolge la sola persona cui è diretta ma anche i suoi parenti (anche quelli defunti) e  con un pizzico di "pornografia"  per renderla ancor più pesante con una scenografia accompagnata da gesti ( la classica  manìchiata – gesto dell’ombrello ) ormai secolare, cosi come si nota in:

«'Nculu a cchi t'e mortu attìa e tutta a razza tua»
«Ti vonu fa sc-camari allarganduti u culu a tia e mammita»
«'Nculu a chiddra puttana i mammita »
«Si a stessa pisciazza i chi t'è mortu»
«T'adda Jiri 'nculu' nculu amaruu, cumi u culu du citrulu attia e mammita»
«Ma va sburrià 'ndri cosci i sorta»
«Ti vonu piglia i sc-camuni cumi a mammita»
«Ca vo fa piriti  mentri  ti pombu »
«Ti vo  piglià  stu pessulu tu e tutti i sori to »
«Ti vo cadi sta ngiongia e vo piscià ccu culu».
 E così via. Puoi continuare col tuo contributo, magari segnalandolo all’autore.

«Se prendete  un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero ».



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